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Una professione, due anime

Riflessioni e consigli per costruire un percorso formativo e professionale ordinato e rispondente tanto alle richieste del mercato, quanto alle proprie inclinazioni.

Gettate le basi nel corso del biennio, solitamente a partire dal terzo anno di corso le allieve iniziano a costruire le altezze. Se si preferisce una metafora green friendly, si pensi a un albero con radici e rami. Costruita una solida preparazione generale atta a svolgere la professione, l’allieva tende a specializzarsi in uno o più settori dell’offerta di servizi presente sul mercato. È una fase del percorso formativo nella quale i servizi di orientamento possono svolgere un ruolo importante e finanche cruciale. Potrei parlare con una punta di divertimento di come – dopo dieci anni e con un buon grado di approssimazione – io abbia imparato a riconoscere in ogni “tipo umano” di allieva le future inclinazioni professionali in ambito estetico. In molti casi, sono tratti in parte leggibili già dopo il primo anno di corso. Questa prerogativa, naturalmente, non è mia esclusiva. Vale per buona parte dei docenti e in particolare per le insegnanti di pratica, vere e proprie levatrici di estetiste. A ogni buon conto, spesso le inclinazioni professionali hanno contorni più sfumati che netti. Per chiarire questi contorni, il contributo di un buon servizio di orientamento – fatto di stimoli selezionati e ponderati – è potenzialmente molto significativo. Gli interessi, che spesso sono vere e proprie passioni, vanno contemperati con le opportunità offerte dal mercato. Bisogna poi mettere alla prova le proprie abilità e competenze. Infine, non è detto che il talento si accordi ai propri desideri. Ogni inclinazione professionale assecondata in modo serio implica un percorso di specializzazione dispendioso ma indispensabile. In due parole: tempo e denaro.

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Ci si potrebbe soffermare, a questo punto, sulla discutibile giungla formativa che è extracurricolare rispetto ai percorsi di formazione professionale in estetica. Su questa rubrica ne ho già parlato e preferisco, piuttosto, spendere qualche parola su quella che, a mio avviso, è la prima e più importante distinzione all’interno della professione. Una professione che ha due anime – estetica e benessere – distinte e non conflittuali, dialoganti e complementari. Due identità di cui una, il benessere, è addirittura omessa nella l.1/90 e che pure, oggi, rappresenta una parte saliente dell’intero settore. Si tratta di una distinzione fondamentale e preliminare rispetto ai singoli curricula professionali, fatti di corsi di aggiornamento, workshop e attestati. Coinvolge la visione del mondo e un’idea dell’uomo in relazione a quel che lo circonda. Alcune precisazioni sono opportune. Nella maggior parte dei casi, al risultato professionale atteso si giunge sia attraverso la via estetica – strettamente funzionale all’obiettivo – che privilegiando l’esperienza polisensoriale e la ricerca del benessere, in un’ottica olistica. Inoltre, quando non entrano in gioco integralismi parafilosofici o ideologici e nostalgie new age – l’esotismo, la filosofia green, lo spiritualismo – queste due anime possono ben coniugarsi e dar vita a risultati eccellenti.

Ci sono linee cosmetiche che ignorano la sfera emozionale e altre che, pur senza candidarsi per un approccio olistico, offrono una polisensorialità appagante che non ignora il valore del benessere psicofisico e dell’equilibrio tra mente, anima e corpo. In altri casi, invece, la distinzione è più netta: pensate alla precedenza che l’estetica funzionale accorda alla tecnologia e alle apparecchiature, laddove l’approccio opposto privilegia invece la manualità.

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