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Buona festa della donna

Italia, anni duemila: raccolta breve di storie di prigioniere dall’inferno.

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“Una sera, che era quasi notte, per un diverbio dovuto ad un mio punto di vista, espresso con decisione, lui mi era balzato addosso, mi aveva ribaltato sul letto, mi era salito sopra al punto da rendermi immobile. Poi aveva stretto le sue mani intorno al mio collo e, come fosse un esperto di quel tipo di violenza, aveva premuto al centro, sempre più in profondità, in un punto preciso. Il respiro presto si era esaurito, allora pensai che mi avrebbe lasciata andare. Invece, non mi lasciò. Si accanì sulla mia gola e strinse, cercavo di fargli capire che non fingevo, che per davvero non potevo più respirare. Cercavo di trasmettergli tutta la mia paura con gli occhi, perché non c’era più altra parte di me che potessi comandare. L’aria non entrava, ma i pensieri fluivano veloci e affollati e si aggrovigliavano: “è così che si smette di vivere? è doloroso? sono terrorizzata”.

Come mi aveva atterrato, così era scomparso, che quell’abbandono repentino aveva fatto più male delle mani sul collo; è così che funziona il cuore malato delle donne spezzate. Nel frattempo, fuori dalla finestra, la sera era diventata notte; tutta la violenza del mondo non l’avrebbe potuta fermare; erano comparse le stelle, a guardarle per più di qualche secondo pungevano come spilli freddi nel petto.

Poi, quasi al cedere dei sensi, si staccò da me. Mi disse una parolaccia ed esclamò: “Ho smesso perché eri diventata blu”.

Io, una donna che non sarebbe mai più stata la ragazzina di sempre, malconcia, indossavo in fretta il mio cappotto e anelavo la porta. Lui si era messo a guardare la tv in salotto, ed io correvo fuori di casa, sperando non mi afferrasse. Chiamavo una cara amica, che mi conosceva da tanti anni, chiedevo di poterla vedere, cercavo un sollievo come poco prima avevo cercato l’aria. La raggiunsi e le raccontai a pezzi quello che avevo subito, ma le descrissi tutto, piegata dall’imbarazzo di essere stata quasi strangolata.
Io ero in vergogna per me stessa, non di lui. La mia amica rise. Forse lo fece per sdrammatizzare, per inadeguatezza, per pressappochismo, ma rise. E io tacqui, per sempre. Tornai a casa, guidando per strade deserte, e continuai a vivere con quell’individuo, mortificata per altri anni”.

ROTTA

Non potevo ridere, se lui mi coglieva nell’atto di farlo, mi minacciava di morte, se lo facevo alla presenza di altre persone, mi pizzicava e mi faceva del male fisico facendo in modo che gli altri non se ne accorgessero. La prima volta che mi ha picchiato, mi ha rotto due costole, poi si è rifiutato di portarmi dal dottore, perché mi diceva che se avessi riposato, il dolore sarebbe scomparso da solo. Sono stata con il male per giorni, senza consolazione alcuna. Se gli passavo accanto nel momento che per lui era sbagliato, mi sputava addosso. Durante un’altra aggressione fisica mi aveva rotto un braccio e io, all’ospedale, avevo dichiarato di essere caduta dalle scale. Poi, un suo pugno in pieno viso mi distrusse due denti incisivi ed io non avevo nemmeno i soldi per andare dal dentista.

Rimasi così, un mostro senza denti e senza più sorriso.

Un giorno, letteralmente disperata, corsi da una mia vicina di casa e le raccontai l’ennesimo pestaggio, sapeva tutto, da tempo. Venne da mio marito e gli disse che se mi avesse toccato ancora lo avrebbe denunciato ai Carabinieri. Ma nessuno mi aiutò, dovetti denunciare io, forzata dagli eventi, dopo essere finita in ospedale con la testa rotta”.

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SORVEGLIATA

“Mio marito beveva fino a 4 litri di alcool al giorno. Il suo unico pensiero era tormentarmi. Mi insultava quotidianamente, amava definirmi “puttana” o “bestia”. Un giorno mi gettò dalla scala interna alla nostra abitazione e mi procurò la rottura del femore. Non ero libera di uscire di casa ed ero sorvegliata a vista. Il mio corpo era sempre pieno di lividi. Dopo 15 anni in queste condizioni ho iniziato anche io a bere e mi sono ammalata. Non ho mai avuto il coraggio di divorziare, mi diceva che se lo avessi fatto mi avrebbe ammazzata. Mi chiedo: cosa restava da uccidere?”.

CONSUMATA

“Ho scoperto che mio marito violentava nostra figlia, minorenne, per caso. Sono rientrata inaspettatamente a casa e l’ho trovato nudo nella sua cameretta. Ha tentato di usare giustificazioni a cui nessuno avrebbe creduto. Lì si è aperto il vaso di pandora e la mia vita è finita. Nostra figlia aveva 15 anni e le violenze andavano avanti da quando ne aveva 10. Le aveva detto che se avesse detto di quel segreto a qualcuno, tutta la famiglia sarebbe finita in prigione, me compresa.

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Si disperava ogni volta, perchè non voleva mai che la lasciassi a casa da sola con quell’orco. Solo adesso ho capito il perché. Se avessi ascoltato e osservato con più attenzione, le avrei risparmiato anni di supplizio. Non credo si potrà mai riprendere”.

Mia figlia ha tenuto questo macigno sulle spalle, consumandosi irrimediabilmente.

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