Regole e sensi di colpa

24 maggio 2016

«Il senso di colpa innescato nei dipendenti, fino a quando la regola era percepita socialmente come valore e buon consiglio, era nettamente proporzionale alla produttività dell’azienda. Oggi, invece, le regole vengono interpretate come gabbie limitanti le proprie libertà, creando dunque una produttività inversamente proporzionale.»

Può spiegarci, dottor Fresi, due modelli aziendali in cui si ritrova quanto ha appena detto?

Il primo può essere spiegato grazie a uno studio effettuato una decina di anni fa su una realtà aziendale di Hong regole-e-sensi-di-colpaKong, dove l’osservazione di una grossa produttività è stata fatta risalire alla fidelizzazione che i proprietari avevano indotto nei propri dipendenti. Involontariamente l’azienda aveva fatto sentire il dipendente come un figlio – dettate le regole per proteggerlo e accudirlo, aveva creato il legame più potente conosciuto nella relazione famigliare, quello tra madre e figlio – e, come tutte le mamme sanno, farci sentire in colpa per una delusione che abbiamo loro indotto è l’unico fattore che ci protegge dal ricascarci, oltre a innescare comportamenti di scusa, che potrebbero essere spiegati con la frase “Da oggi farò il bravo…”.

Il secondo modello, invece, può essere chiarito da un’osservazione che personalmente ho raccolto e analizzato negli ultimi anni. Come ho già esposto nei precedenti articoli, oggi l’emozione più evidente è l’amore di sé. Questo atteggiamento spiega la colpa non più come un sentimento autoaggressivo o di critica personale, ma bensì come un’onnipotenza e un’assenza di limiti.

In che modo questa sua ultima osservazione può spiegare come si è passati a un’inversione tra senso di colpa e produttività?

Se il senso di colpa prima era utilizzato dalle mamme per governarci, oggi è evidente come far sentire in colpa i propri figli non è più un meccanismo di controllo, anzi ha indotto i nostri ragazzi, e quindi i dipendenti, a vedere in ogni regola non più una protezione, ma qualcosa di limitante e che quindi deve essere controllato o eliminato.

L’eccesso di senso di colpa che per anni ci hanno instillato dicendoci che se l’azienda andava male, la colpa era esclusivamente nostra, oggi ci ha fatto cadere in una posizione opposta, dove non ci sen tiamo più neanche lontanamente responsabili per il fallimento o la mal gestione della stessa. Questo meccanismo di tenere a bada il senso di colpa con un’estrema razionalizzazione e con un eccesso di “de-responsabilità” è evidente sia all’interno della società di oggi sia all’interno di un’azienda quando entra in crisi. Per distaccarsi in modo sano dal legame genitoriale solitamente l’adolescente tende a usare con q.b. sia la parte emotiva sia quella razionale. Se l’adolescente invece avrà tolto, in modo eccessivo, la parte emotiva del legame con la famiglia d’origine (è il caso di figli che scappano da madri o padri che hanno utilizzato il senso di colpa come legame a se stessi), allora vedremo adulti che appaiono totalmente disinteressati ai propri cari.

Come trasporta questo concetto nelle aziende?

Questo accade quando sentiamo dipendenti che di fronte a un fallimento aziendale si preoccupano solo del proprio stipendio o di delegare la colpa di tale fallimento a situazioni economiche esterne, senza nemmeno sentirsi in obbligo di valutare se e quanto si sono impegnati all’interno dell’azienda. È evidente come in tal caso il legame emotivo tra il dipendente e l’azienda sia stato eliminato per dare spazio all’eccesso di razionalizzazione da parte del dipendente stesso. Aver fatto sentire in colpa per molto tempo i nostri dipendenti li ha portati a vedere nell’azienda un cattivo genitore.

Ci può dare qualche consiglio pratico su come affrontare queste situazioni?

Se siamo i proprietari di un’azienda, il primo è quello di tornare a creare legami “famigliari” senza però utilizzare il senso di colpa come eccessiva regola per punire o per ottenere vantaggi. Se invece ci troviamo dalla parte del dipendente, dobbiamo imparare a valutare che l’eccesso di senso di colpa indotto è inadeguato quanto l’eccesso di indifferenza.

Quando invece parliamo di q.b., per appunto riportare un giusto legame tra azienda e dipendente, definiamo che la libertà di sentirsi parte di qualcosa lega senza obblighi alla stessa, ma non necessariamente esclude l’errore. Amare di per sé definisce un legame che vede le parti mediare tra i propri bisogni e quelli altrui definendosi responsabili tanto di noi stessi quanto dell’altro.

Francesco Fresi